Una
migliore conoscenza dei fondamenti neuro-psicologici dell'espressione artistica
puo' sicuramente contribuire alla comprensione del funzionamento del cervello.
Molte funzioni che favoriscono l'agire artistico hanno carattere eminentemente
non-linguistico, e sono pertanto scarsamente esplorabili. D'altra parte, molta
sofferenza associata alle malattie neuro-psichiatriche è veicolata attraverso
canali che non utilizzano il linguaggio, e la comprensione del funzionamento di
queste capacità non-verbali puo' sicuramente contribuire ad una migliore
comprensione della malattia mentale.
CREATIVITA'
e SCIENZE DEL CERVELLO
Parte seconda:
neuropsicologia della creativita'
Esistono
diversi modelli neuropsicologici della creatività, in parte basati sul concetto
di <information processing>, cioé elaborazione delle informazioni.
Secondo questo modello il nostro cervello é costituito da un insieme di moduli
che agiscono in parallelo, trasferendo l'informazione prodotta da uno all'altro
secondo linee neuronali pre-formate.
Ogni
modulo possiede una architettura che gli consente un numero finito di operazioni
neuronali, come il produrre, inibire o filtrare un impulso nervoso. Ogni modulo,
poi, riceve afferenze dagli altri moduli (sia prossimi che distanti) e da
percettori periferici, che veicolano al modulo una frazione dei segnali in
ingresso nel nostro organismo, sia di natura ambientale (stimoli sonori, visivi,
etc), sia di natura interna (livelli di elementi nutrizionali, stato del sistema
immunitario, battito cardiaco, etc). Il segnale in ingresso viene sottoposto ad
elaborazione da parte di ogni modulo interessato: solo una frazione di
moduli cerebrali é infatti ritenuta essere attivata da un particolare insieme
di segnali in ingresso.
In
relazione ai messaggi provenienti dai moduli collegati, la cui relazione con il
modulo attivo é predefinita dalla architettura cerebrale sviluppatasi secondo i
programmi genetici, il segnale giunto al modulo attivo produrrà o meno una
risposta: cioé verrà trasferito ad altri moduli sino ad una azione periferica
(muovere un fascio muscolare, liberare un ormone, etc); oppure sarà inibito (il
segnale dopo l'elaborazione in quel particolare modulo si estingue).
L'estinzione
del segnale per inibizione, o raggiungimento di bassa soglia di stimolazione
determina, per conseguenza, che altri segnali, che hanno superato la soglia di
trasferimento dei moduli che li hanno elaborati, diventano effettivi sul piano
della produzione di una azione (che a volte consiste nel non fare nulla, stare
in attesa di altri messaggi).
La
<competizione> tra moduli governa il processo di elaborazione dei segnali:
alcuni moduli sono organizzati in modo da essere più capaci di altri di
lasciare passare un segnale, poiché l'azione che ne deriva appare rilevante per
la sopravvivenza. In particolari circostanze, però, moduli meno
<importanti> possono <prendere il sopravvento>, e governare il
nostro comportamento, anche solo per una frazione di tempo.
Il
processo di elaborazione del segnale non é però governato solo da una
anarchica competizione tra moduli: esistono circuiti neuronali il cui compito é
di favorire il processo di elaborazione del segnale e di organizzazione delle
risposte in modo che l'esito sia coerente con gli obbiettivi di sopravvivenza e
riproduzione dell'organismo. Tra i circuiti che svolgono questa funzione
organizzatrice ve ne sono diversi che utilizzano come trasmettitore tra neurone
e neurone alcune molecole il cui studio ha permesso un notevole progresso nella
conoscenza del cervello: dopamina, serotonina, noradrenalina.
Oggi
sappiamo che la dopamina, ad esempio, é coinvolta nei processi di fissazione
dei ricordi, probabilmente attraverso una azione sui processi che indichiamo con
il termine <attenzione> e per intervento nei cosiddetti <circuiti del
piacere> (o <della ricompensa>); la serotonina, invece, svolgerebbe un
ruolo importante nel controllo degli <impulsi>, nel filtrare, cioé, un
tipo particolare di risposta, immediata, piuttosto che un'altra, più lenta.
Alterazioni
nel funzionamento dei circuiti che utilizzano le monoamine, il nome chimico di
questi neurotrasmettitori, sono ritenuti essere causa di malfunzionamento
cerebrale in molti disturbi psichiatrici, nei quali la presenza di specifici
sintomi si accompagna spesso ad alterazioni nel funzionamento di alcune, o
molte, funzioni cognitive. Livelli cerebrali elevati di dopamina, come possono
essere prodotti dall'assunzione di certe sostanze chimiche (ad esempio
l'amfetamina) usate a scopo ricreativo (le famose <droghe>) possono
condurre ad elaborazioni mentali abnormi, con aumento dei livelli di attenzione
prestati a stimoli anche irrilevanti, e tendenza alla rielaborazione cognitiva
di tali stimolazioni in forma paranoicale, cioé delirante, in genere con temi
di minaccia o persecuzione.
Non
é improbabile che stati di funzionamento particolari nei medesimi circuiti
monoaminergici possano condurre ad elaborazioni mentali inusuali, suscettibili
di condurre ad un atto creativo, o comunque di accendere la scintilla
dell'innovazione.
Sarnoff
Mednick é uno psichiatra che ha offerto molti ed importanti contributi alla
comprensione delle psicosi; é stato anche un pioniere dello studio della
creatività attraverso l'utilizzo di moderne metodiche neuropsicologiche. Negli
anni sessanta Mednick ha proposto un suo modello neurobiologico di creatività,
che risentiva delle sue ricerche sulla schizofrenia.
Accettando
l'idea che la creatività consista essenzialmente nel produrre nuove
combinazioni di elementi che siano utili, Mednick ha sostenuto che la base
del processo di rielaborazioni non poteva che essere l'insieme degli
elementi suscettibili di associazioni registrati nel cervello. Tali
elementi sarebbero registrati in forma discreta, come memoria di impressioni,
stimolazioni, informazioni apprese, eventi favorevoli o negativi, ed il loro
collegamento può avvenire solo in relazione a processi che richiedano la
formazione di un legame. In determinate condizioni, stati mentali che conducano
ad associare tra loro elementi normalmente tenuti separati potrebbero favorire
la creazione di nuove combinazioni, alcune delle quali suscettibili di
risultare innovative ed originali.
Individui
che pensano per <immagini>, ad esempio, é possibile che siano portati ad
associare tra loro qualità di un oggetto che altri trascurerebbero. In effetti,
la capacità di <pensare per immagini> é una qualità descritta in alcuni
grandi innovatori, l'esempio più celebre essendo quello di Einstein.
A
partire dalle osservazioni di Mednick, negli anni sessanta e settanta numerosi
studi esplorarono la relazione tra creatività e schizofrenia, una disturbo
mentale nel quale la capacità di formulare associazioni mentali strane o
inusuali appare maggiore che in ogni altra condizione. Ai principi del secolo,
in effetti, lo psichiatra Svizzero Eugen Bleuler elaborò un modello di quella
che allora era chiamata, da Kraepelin, Dementia Praecox, in base al quale il
disturbo eracaratterizzato da una abnorme ed allentata capacità di associazione
mentale, da una conseguente alterazione della capacità di integrare e
emozioni ed i sentimenti (anaffettività), da cui conseguiva una strutturale
ambivalenza nelle relazioni con il Sé e con gli altri, sino alla chiusura
nell'autismo. Bleuler considerava tali aspetti predominanti nella Dementia
Praecox, ed i suoi allievi riassunsero le sue formulazioni in una popolare
formula detta delle <quattro A> (allentamento delle associazioni mentali,
anaffettività, ambivalenza, autismo). Sulla base del proprio modello Bleuler
ridenominò la Dementia Praecox come <schizofrenia>, la malattia,
cioé, della <mente scissa>.
Tenendo
a mente l'approccio di Bleuler, Autori ipotizzarono che il presunto allentamento
delle capacità associative mentali dei pazienti schizofrenici fosse causa di
una tendenza ad associazioni mentali inusuali e conseguenti comportamenti
bizzarri. Una analoga tendenza alla fluidità delle associazioni, con tendenza
alla iperinclusività degli elementi, sino alla produzione di collegamenti
improbabili, era riportata anche in studi psicometrici condotti su individui
creativi. L'ipotesi conseguente era che nei creativi fosse presente uno stile di
pensiero di tipo schizofrenico, senza però l'angoscia e la destrutturazione che
si manifestavano nella schizofrenia.
A
conferma di questa ipotesi, nel medesimo periodo l'Islandese Karlsson, adottando
un metodo di indagine particolarmente originale, dimostrò che la frequenza di
psicosi di tipo schizofrenico, o anche maniaco-depressiva (oggi chiamata
disturbo bipolare), appariva molto più elevata tra i parenti prossimi di
soggetti registrati come creativi nel WHO'sWHO di quanto non fosse tra i
non-creativi (individui citati nel WHO's WHO perché ricchi o solamente celebri,
ma non in virtù della propria creatività).
Gli
individui particolarmente creativi mostrano, in effetti, una tendenza ad un
pensiero <allusivo> e sembrano capaci, come suggerito dagli studi di
Albert Rothenberg, di unire in un unico concetto due o più idee anche
molto distanti, se non in contraddizione, tra loro, pure senza essere disturbati
da tali apparenti contraddizioni. Sembra che i soggetti creativi, almeno quelli
indagati negli studi degli anni sessanta e settanta, siano capaci di ampliare
l'ampiezza dei propri livelli attentivi, acquistando una maggiore
consapevolezza degli stimoli, sia ambientali che interni. In effetti, la fluenza
ideativa dei creativi e la loro asserita preferenza per la complessità
potrebbero derivare da più elevati livelli di attenzione (o anche dalla
necessità di raggiungere più elevati livelli di attenzione), risultandone una
aumentata frequenza di stimolazione delle aree cerebrali.
I
<creativi>, quindi, sarebbero come gli schizofrenici <sommersi> da
stimoli, ma a differenza dei pazienti psicotici non verrebbero sopraffatti da
questo aumentato livello di stimolazione, possedendo una robusta, o forse solo
integra, capacità di elaborazione. Più stimoli da elaborare significa maggiore
opportunità di associazione, e forse questo si accompagna anche ad una
aumentata velocità di elaborazione, che rende possibile concepire e scartare un
maggior numero di collegamenti.
Gli
studi che in seguito hanno cercato di confermare queste iniziali intuizioni
hanno però dato esito negativo. Rimane suggestiva, però, l'ipotesi che una
maggiore fluidità di pensiero possa condurre ad una maggiore creatività
proprio in virtù di una certa disinibizione nel formare legami tra elementi tra
loro anche remoti. Tale maggiore disinibizione si esprimerebbe anche sul piano
comportamentale, giustificando la supposta tendenza alla eccentricità dei
creativi, ma anche sul piano affettivo, con un aumentato rischio di
sviluppare un disturbo mentale. Sebbene in proposito le evidenze siano ancora
contraddittorie, molti studi sembrano suggerire un aumentato rischio di malattie
mentali tra i soggetti creativi, in particolare tra coloro che esprimono la
propria creatività in campo artistico.
Per
alcuni ricercatori la malattia mentale, o meglio, alcune malattie mentali
(soprattutto la psicosi maniaco-depressiva) possederebbero caratteristiche tali
da favorire, addirittura, l'espressione della creatività (Per un
approfondimento: Creativita'
e psicopatologia).
Alcuni
studi indicherebbero che anche vere e proprie lesioni cerebrali, come quelle che
derivano da infarti a sede cerebrale, o addirittura prodotte nel corso della
degenerazione demenziale, possano accompagnarsi ad un aumentata probabilità di
esprimersi creativamente.
In
generale é vero che lesioni cerebrali estese producono una sostanziale
compromissione della capacità di esprimersi creativamente in artisti
professionisti. Tuttavia la natura della compromissione spesso é selettiva,
analogamente a quanto accade per il linguaggio. In effetti l'osservazione che
lesioni circoscritte nelle aree temporo-parietali dell'emisfero di
sinistra conducevano a deficit selettivi nell'uso del linguaggio costituì un
importante contributo alla formulazione di un modello neurologico del
funzionamento delle capacità linguistiche.
Analogamente,
almeno per quanto riguarda la musica, é stato osservato che lesioni
circoscritte nell'emisfero di destra producono deficit selettivi nella
percezione e nell'esecuzione musicale. Ciò é comprensibile se si tiene
presente l'estrema complessità dell'agire musicale: esso comprende funzioni
uditive (ascolto e riconoscimento dei suoni, della loro struttura tonale e della
loro relazione armonica e melodica); funzioni visive (lettura delle notazioni
musicali sullo spartito, sia in composizione che in esecuzione); funzioni
prassiche (per l'esecuzione ma anche la composizione, in genere provata su di
uno strumento); spesso funzioni linguistiche, nel canto, ma anche nella
composizione (l'accompagnare una melodia con la voce é un atto comune, anche
tra i non musicisti).
Molti
studi indicano una sostanziale indipendenza dei due emisferi per quanto riguarda
la musica: sebbene molte funzioni utilizzate dal musicista siano distribuiti ad
entrambi gli emisferi, lesioni dell'emisfero di sinistra, che compromettono il
linguaggio, solitamente non danneggiano le capacità musicali apprese (ma ne
possono limitare l'espressione: ad esempio un paziente che riconosca una melodia
ma non sappia dirne il titolo, o sia impedito nel riprodurla con il canto). Al
contrario, lesioni dell'emisfero di destra, che spesso compromettono le
capacità musicali apprese, conducendo ad una sindrome denominata
<amusia> (per analogia con l'afasia, che é la perdita della capacità
linguistica su base lesionale), raramente compromettono il linguaggio (a meno
che non siano contemporaneamente presenti lesioni all'emisfero
controlaterale).
Un
aspetto interessante degli studi sulla neuropsicologia della musica é
l'osservazione che pazienti afasici sembrano acquisire una maggiore capacità di
recupero dell'espressione linguistica (quando ciò é possibile: per lesioni
estese il recupero é impossibile) con tecniche che utilizzano il canto per la
rieducazione della voce. In alcuni casi, la capacità di cantare é mantenuta
anche in presenza di gravi forme di afasia. Qualcosa di simile, ma per motivi
tuttora ignoti, accade nella balbuzie: talora il paziente riesce ad
esprimersi correttamente <cantando> la frase che vuole pronunciare, mentre
commette errori quando la pronuncia in forma <prosaica>.
Per
quanto sia ovvio che le capacità artistiche non esauriscono tutto il potenziale
creativo umano, pure é interessante l'osservazione di una relativa indipendenza
dei due emisferi per quanto riguarda l'espressione artistica musicale e
plastica. Pazienti con gravi deficit del linguaggio, per danno dell'emisfero
sinistro, possono manifestare la completa preservazione delle proprie capacità
musicali o pittoriche. Al contrario, lesioni all'emisfero di destra
possono compromettere totalmente la capacità di espressione artistica in
ambito musicale o pittorico senza comportare danni di rilievo a carico del
linguaggio.
Esistono
poi rari casi nei quali la capacità di esprimersi creativamente, anche con
notevole dignità artistica, é comparsa dopo una lesione cerebrale. Sino ad
oggi sono stati descritti casi di composizione musicale o plastica insorti dopo
lesioni che avevano interessato il lobo temporale anteriore di sinistra.
L'acquisizione di nuove e mai utilizzate capacità di espressione artistica
avviene, nei pazienti sino ad oggi descritti, in un contesto di aumentata
disinibizione, cosa che ha suggerito agli Autori di questi studi che
l'insorgenza delle nuove capacità artistiche sia avvenuta in conseguenza di una
facilitazione paradossa da lesione di aree prima inibitorie. E' stato
ipotizzato, anche in passato, che molte funzioni cerebrali si producano
attraverso un selettivo controllo della loro espressione: esisterebbero aree
cerebrali deputate alla inibizione delle risposte meno adattattive in relazione
al contesto di azione. Al venire meno di tale inibizione, come può accadere per
azione di qualche sostanza chimica, come l'alcool, o per lesione, da trauma o
infarto o anche degenerazione primaria, capacità inespresse troverebbero modo
di essere poste in essere.
Rimane
senza risposta, almeno sino ad ora, se sia sufficiente la disinibizione per
accendere la creatività di ognuno, o se invece sia necessaria una qualche forma
di talento innato (o appreso ma poi messo da parte) perché la creatività possa
emergere dal lavorio del nostro cervello.
La
maggiore disinibizione non é l'unica qualità psicologica notata dagli Autori
di questi recenti ed interessanti studi. I loro pazienti con abilità artistiche
acquisite erano anche maggiormente portati alla compulsione, alla ripetizione
cioé ossessiva di atti o comportamenti. Questo potrebbe avere facilitato
l'emergere delle qualità artistiche, poiché la ripetizione conduce al
miglioramento dei risultati, e buoni risultati stimolano poi altre prove.
I
pazienti <creativi> erano anche più depressi dei non creativi, a parità
di compromissione in altre aree neuro-motorie. L'osservazione é interessante,
poiché un rischio maggiore di depressione é descritto in artisti
professionisti sia in campo letterario che pittorico. Alcuni Autori sostengono
che in questi artisti la depressione avrebbe potenziato le capacità
creative: gli stati meditativi favoriti dalla depressione, e la sofferenza
intensa che la accompagna, sono ritenuti stimoli importanti per la comprensione
dell'animo umano, permettendo quindi una migliore espressione dei sentimenti e
delle emozioni sul piano artistico.
Una
migliore conoscenza dei fondamenti neuro-psicologici dell'espressione artistica
può sicuramente contribuire alla comprensione del funzionamento del cervello.
Molte funzioni che contribuiscono all'agire artistico hanno carattere
eminentemente non-linguistico, e sono pertanto meno facilmente esplorabili di
altre qualita' psicologiche. D'altra parte molta sofferenza associata alle
malattie neuro-psichiatriche é veicolata attraverso canali che non utilizzano
il linguaggio, e la comprensione del funzionamento di queste capacità
non-verbali può sicuramente contribuire ad una migliore comprensione delle
malattie mentali.
L'arte,
inoltre, ha accompagnato per millenni il cammino dell'uomo, ed é probabile che
la speciazione dell'homo sapiens sia avvenuta in un contesto in cui
l'espressione della creatività artistica era pienamente attiva. Il linguaggio
stesso, base del carattere <sapiens> della nostra specie, non é altro che
creatività cristallizzata: le parole sono <creazioni> fissate nell'uso
dal consenso delle comunità umane che le hanno condivise.
Secondo
una teoria, la creatività artistica avrebbe favorito l'affermarsi dei primi
gruppi umani attraverso lo scambio affettivo e relazionale implicito nell'arte.
Cantare e suonare insieme, dipingere e guardare insieme i dipinti prodotti,
scambiarsi vasi modellati in fogge rare, sono tutti modi di condivisione del
Sè, che rafforzano la coesione del gruppo cui si appartiene. Per questo, forse,
all'artista degli albori dell'umanità é stato offerto una porzione di cibo in
più per il suo <inutile> lavoro, anche quando il suo agire lo isolava dal
resto della sua comunità.
Anche
la creatività scientifica deve avere seguito un percorso analogo, ma ancora
poco si sa dei processi che conducono a <fare scoperte>. Ci possiamo
basare solo sull'anedottica, sapiente ma poco affidabile, di coloro che tali
scoperte hanno fatto. Molti, come Poincaré e Kekule, hanno enfatizzato il ruolo
di processi <inconsci>, che avrebbero favorito l'emergere improvviso dell'Eureka della scoperta dopo un
lento e faticoso lavorio. Altri, come Edison, hanno sempre sostenuto che
l'invenzione é frutto di talento misto a perseveranza, in una proporzione dove
la perseveranza largamente sopravanza il talento.
Le
basi neuropsicologiche della creatività attendono ancora il loro scopritore. Il
progresso delle neuroscienze ha permesso il raggiungimento di numerosi traguardi
sulla strada della comprensione del funzionamento del nostro cervello, e
sicuramente potranno offrire contributi importanti anche per quanto riguarda la
comprensione di cosa rende alcuni individui maggiormente creativi rispetto ad
altri.
Non
é detto però che la comprensione completa, se mai lo sarà, del funzionamento
del cervello possa dirci qualcosa di definitivo su un tratto così profondamento
umano come é l'essere creativi. Come sosteneva il filofoso Austriaco
Wittgenstein, che fu creativo in tanti campi, ma sempre in modo disordinato:
<<Noi sentiamo che, anche una volta che tutte le possibili domande
scientifiche hanno avuto risposta, i nostri problemi vitali non sono ancora
neppure toccati>> (proposizione 6.52 del Tractatus Logico-philosophicus).
Ma concludeva anche:
<<Certo allora non resta più domanda alcuna; e
appunto questa é la risposta>>.
Creativita'
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