L'indagine sulla neurobiologia della creativita' e' impresa non facile, condizionata dalla difficolta' di definire in modo preciso in cosa consista la creativita', ed ancor piu' dalla limitatezza delle conoscenze che possediamo sul funzionamento del cervello.

 


 

CREATIVITA' e SCIENZE DEL CERVELLO

Antonio Preti

 

Parte prima: cervello e cognizione

Parte seconda: neuropsicologia della creativita'

 

L'indagine sulla neurobiologia della creatività é impresa non facile, condizionata dalla difficoltà di definire in modo preciso in cosa consista la creatività ed ancor più dalla limitatezza delle conoscenze che possediamo del cervello. 

Se infatti é noto da millenni che lesioni a carico delle masse cerebrali si accompagnano a sensibili alterazioni del comportamento, che lasciano immaginare un ruolo di controllo di tali funzioni da parte del cervello, solo da poco più di 150 anni disponiamo di sufficienti conoscenze sulla relazione tra cervello, psiche e comportamento.

Per secoli nel pensiero occidentale ha operato una scissione, di natura ideologica più che filosofica o scientifica, nel modo di comprendere la relazione esistente tra l'insieme delle funzioni che caratterizzano la mente ed il substrato organico che dovrebbe sostenerne l'attività, il corpo. In particolare già i Greci, oltre tremila anni fa concepivano il comportamento umano come governato da tre elementi: l'anima (psiche), la mente (noos), ed il cervello (frene). 

Le vicende storiche delle lingue, e delle credenze da esse veicolate, hanno fatto sì che il <luogo> dell'anima si sia 
progressivamente ritirato in uno spazio sempre più estraneo all'agire umano, mentre il termine greco che la designava (psiche) ha acquistato invece un ruolo di sempre maggiore rilievo, sino a designare l'insieme delle discipline che si occupano del comportamento umano (psicologia). La distinzione tra mente ed anima é quindi venuta meno, con confusione tra le due accezioni di non poco conto, laddove il <noos> non poteva prescindere dalla <frene>, mentre la <psiche> era pensata come immateriale, e trascendente rispetto al corpo.

Oggi le moderne scienze del cervello propendono per un sostanziale <riduzionismo>, che tende ad identificare la funzione (pensiero, mente) con la struttura che la produce (aree cerebrali). Tale paradigma si affermò nella seconda metà dell'Ottocento, quando divenne evidente che aree specifiche del cervello governavano funzioni mentali differenti. 

Base originaria di questo approccio fu una disciplina, la frenologia, il cui scopo era di derivare dall'osservazione elementi che permettessero la predizione delle capacità mentali. Molte presunte correlazioni osservate dai frenologi erano frutto di una fervente immaginazione piuttosto che non di una accurata applicazione di metodiche scientifiche. Tuttavia i frenologi ebbero il merito di porre l'accento sull'importanza della localizzazione delle funzioni cerebrali: la struttura complessa ma simmetrica del cervello, infatti, suggeriva già allora una organizzazione ripartita delle funzioni  neuro-motorie, la cui distribuzione poteva essere svelata solo da una accurato ed attento esame del comportamento.

Lo studio delle funzioni cerebrali si base, da sempre, sulla comparazione della espressione delle diverse capacità neuro-motorie in relazione a tre circostanze: fasi dello sviluppo; esito di lesioni selettive; livello di eccellenza nello svolgimento di quella determinata funzione.

La prima modalità di indagine fu utilizzata dagli psicologi cognitivisti, in primis lo Svizzero Piaget, per indagare le fasi dello sviluppo delle funzioni cerebrali nel bambino. La terza modalità é oggi sfruttata negli studi che si basano su metodiche di visualizzazione cerebrale: si tratta di tecniche che permettono di vedere il cervello <in azione>, attraverso metodiche complesse che sfruttano principi di radiologia insieme ad altri derivati dalla fisica delle particelle. Il confronto nella attivazione cerebrale tra <esperti> e <principianti> ha permesso di indagare funzioni complesse in relazione alla memoria ed alla elaborazione del pensiero.

Fu però la seconda modalità, quella che si applica allo studio delle conseguenze delle lesioni cerebrali, che permise alla scienza per la prima volta l'esplorazione dei <segreti> del funzionamento della mente umana.

Nel 1836 il neurologo Marc Dax descrisse in una relazione come lesioni dell'emisfero cerebrale di sinistra si accompagnassero costantemente a disturbi del linguaggio. Tale osservazione rimase a lungo scarsamente considerato, fino almeno al 1861, quando il Francese Broca riportò il caso di un paziente che, a seguito di una isolata lesione al piede della terza circonvoluzione frontale di sinistra, aveva perso del tutto l'uso del linguaggio. Nel 1874 Wernicke descrisse il caso di un paziente con lesione isolata della prima circonvoluzione temporale di sinistra, da allora chiamata <area di Wernicke>, che aveva sviluppato disturbi nella comprensione del linguaggio. 

In seguito a queste ed altre osservazioni, nel 1885 Broca arrivò ad affermare la localizzazione a sinistra delle funzioni linguistiche, il primo passo verso la formulazione della teoria della dominanza cerebrale. Attraverso varie rielaborazioni, originate dall'osservazione che la lateralizzazione delle funzioni cerebrali non é un requisito umano ed é presente invece anche in animali che apparentemente non fanno uso di linguaggio, l'idea che alcune funzioni cerebrali siano localizzate ad un'area, che <domina> su quella controlaterale dell'emisfero opposto, resiste ancora oggi.

Gli studi sulle conseguenze delle lesioni al cervello hanno comunque offerto molte altre informazioni, prima fra tutte la possibilità di attribuire ad ogni area della corteccia un ruolo specifico nell'elaborazione dei segnali in ingresso (le <impressioni dei sensi>) e nella programmazione ed organizzazione della risposta ai segnali, sia esterni che interni. 

Nel tempo, infatti, si sono aggiunte evidenze che indicano come tutto il nostro corpo, incluso il sistema  immunitario, interagisca con il cervello, che con il corpo forma un unico psiche-soma reattivo e sensibile. Sappiamo che le aree temporali presiedono alla percezione dei suoni, le aree visive sono invece localizzate nella corteccia occipitale, mentre le funzioni motorie sono prevalentemente prefrontali. La memoria, invece, non pare localizzata in alcuna area: sebbene sembri vero che alcuni circuiti delle aree limbiche presiedano ai processi che contribuiscono alla formazione dei ricordi, al punto che lesioni anche molto selettive in tali aree possono condurre a gravi forme di amnesia, la memoria sembra essere una proprietà di tutto il cervello, localizzata a livello neuronale. La nostra memoria altro non é che la modifica nella risposta ad uno stimolo che il medesimo stimolo produce agendo a livello di ogni singolo neurone. Per quanto ne sappiamo la memoria é quindi un fatto cellulare, e ben si può dire che noi ricordiamo con tutto il corpo, e non solo con il cervello o parti di esso. Si realizzano, infatti, processi di memorizzazione anche a livello di nervi periferici, comunque distanti essi siano dal cervello.

Anche funzioni più complesse, come l'intelligenza, non sembrano avere una localizzazione specifica. Si sa che individui che subiscono danni cerebrali vanno incontro a un deterioramento mentale che coinvolge anche le facoltà misurate dai comuni tests di intelligenza, ma sino ad ora (e probabilmente mai) non é stato mai dimostrato che una singola area sia associata in modo specifico a tali deficit. 

La creatività é un <costrutto> ancora più complesso dell'intelligenza, e la difficoltà di trovare correlati neuropsicologici alla sua espressione appare pertanto ancora maggiore. La definizione maggiormente condivisa su cosa sia la creatività é quella che la concepisce come il risultato di un processo personale che conduce alla realizzazione di idee, prodotti o strutture giudicabili come nuove (cioé originali, non semplicemente derivabili da quanto sino ad allora noto) ed innovative (cioé capaci di apportare un sostanziale beneficio, attraverso la soluzione di un problema o il soddisfacimento di un bisogno, anche solo estetico) da parte di un comune consenso espresso da una comunità di esperti ed un più vasto  pubblico. 

Se si accetta questa definizione appare evidente come le qualità che conducono un individuo ad esprimersi creativamente non possano essere ricondotto interamente alla dimensione individuale. Il consenso intorno a cosa costituisca il carattere di <novità> ed <innovazione> del prodotto creativo ha un carattere eminentemente collettivo e sociale. Analogo carattere sociale é posseduto dal concetto di <tradizione>, di contro alla quale il prodotto creativo può o meno essere giudicato innovativo.

La stessa materiale <produzione> del prodotto creativo, anche nella pura e semplice forma di <idea> o progetto, richiede numerosi passaggi di natura sociale. Non é possibile produrre oggetti senza accesso a risorse, siano o meno consumabili. L'opera prodotta deve poi essere comunicata in qualche forma perché il giudizio intorno al suo carattere creativo possa avere luogo. 

Non si danno <innovazioni> che vivano solo nella dimensione del privato, oppure, come spesso capita per la creatività espressa nel vivere quotidiano, l'innovazione si perde con la scomparsa del suo creatore, quando non sia stata trasmessa a degli <allievi> o almeno degli imitatori. Non sappiamo chi sia stato il primo a cuocere del tritato di grano misto ad acqua, ma il pane che mangiamo tutti i giorni discende dagli esperimenti di un <cuoco> particolarmente dotato. Molte innovazioni, in effetti, vivono a lungo in un <brodo di cultura> che le conserva ed alimenta sino a quando non si affermano in una più ampia comunità.

Al di là della rilevante dimensione sociale della creatività, l'atto creativo rimane qualcosa di individuale, anche quando si esprima in una dimensione collettiva, come sempre più spesso nel campo della ricerca scientifica medica o in alcuni ambiti artistici (teatro, cinema, produzione multimediale). Molti aspetti della creatività sono quindi suscettibili di essere indagati a livello individuale, ed é possibile abbozzare già ora una <neuropsicologia della creatività> che renda conto di differenze individuali ed aspetti suscettibili di essere sviluppati attraverso la pratica e l'insegnamento.

Innanzitutto é probabile che le diverse forme nelle quali la creatività si esprime si appoggino alle funzioni cognitive che maggiormente vengono coinvolte nell'atto creativo. L'ambito artistico é quello che é stato maggiormente indagato sino ad oggi, anche perché il <fare> artistico possiede in sé una ineliminabile spinta all'innovazione, che nasce dal bisogno, sentito a volte come sofferenza, di trasformare il conosciuto in forme e dimensioni mai prima esplorate.

In campo pittorico la percezione visiva, e la capacità di discriminare colori, livelli di luminosità, forme e contrasti,  costituiscono base dell'operare plastico, ed é probabile che l'artista dotato di maggiore esperienza possieda maggiori capacità sul piano percettivo del dilettante o del non-artista. In campo musicale é stato dimostrato che il musicista esperto possiede una significativa maggiore capacità di discriminare toni e ritmi, ed é descritta in alcuni musicisti la rara capacità di riconoscere con precisione sfumature minime di tono, fenomeno noto come <orecchio assoluto>. In ambito letterario spesso il <creativo> possiede abilità verbali di molto superiori a quelle del non-creativo.

Non si sa, però, quanto tale aumentata capacità percettiva si associ alla reale capacità creativa: non necessariamente, infatti, l'esperto é anche innovatore. Può addirittura capitare che l'esperto, proprio perché sopraffatto dal peso delle conoscenze acquisite diventi incapace di autentica innovazione, poiché sempre sarà ricondotto dal proprio bagaglio al solco della tradizione. Se é vero che, come sosteneva Pasteur, il caso favorisce uno spirito preparato, e quindi  non si dà innovazione nel vuoto delle conoscenze, é ancora più vero che la creatività non si esaurisce nel pure e semplice  riassemblaggio del già dato, ma richiede un <guizzo> in più che conduca dalla tradizione a qualcosa che sia fuori di essa e con essa possa confrontarsi.


Parte seconda: neuropsicologia della creativita'

 

 

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