L'indagine
sulla neurobiologia della creativita' e' impresa non facile, condizionata dalla
difficolta' di definire in modo preciso in cosa consista la creativita', ed
ancor piu' dalla limitatezza delle conoscenze che possediamo sul funzionamento
del cervello.
CREATIVITA'
e SCIENZE DEL CERVELLO
Parte prima: cervello e cognizione
L'indagine
sulla neurobiologia della creatività é impresa non facile, condizionata dalla
difficoltà di definire in modo preciso in cosa consista la creatività ed ancor
più dalla limitatezza delle conoscenze che possediamo del cervello.
Se
infatti é noto da millenni che lesioni a carico delle masse cerebrali si
accompagnano a sensibili alterazioni del comportamento, che lasciano
immaginare un ruolo di controllo di tali funzioni da parte del cervello, solo da
poco più di 150 anni disponiamo di sufficienti conoscenze sulla relazione tra
cervello, psiche e comportamento.
Per
secoli nel pensiero occidentale ha operato una scissione, di natura ideologica
più che filosofica o scientifica, nel modo di comprendere la relazione
esistente tra l'insieme delle funzioni che caratterizzano la mente ed il
substrato organico che dovrebbe sostenerne l'attività, il corpo. In particolare
già i Greci, oltre tremila anni fa concepivano il comportamento umano come
governato da tre elementi: l'anima (psiche), la mente (noos), ed il cervello
(frene).
Le
vicende storiche delle lingue, e delle credenze da esse veicolate, hanno fatto
sì che il <luogo> dell'anima si sia
progressivamente ritirato in uno spazio sempre più estraneo all'agire umano,
mentre il termine greco che la designava (psiche) ha acquistato invece un ruolo
di sempre maggiore rilievo, sino a designare l'insieme delle discipline che si
occupano del comportamento umano (psicologia). La distinzione tra mente ed anima
é quindi venuta meno, con confusione tra le due accezioni di non poco conto,
laddove il <noos> non poteva prescindere dalla <frene>, mentre la
<psiche> era pensata come immateriale, e trascendente rispetto al corpo.
Oggi
le moderne scienze del cervello propendono per un sostanziale
<riduzionismo>, che tende ad identificare la funzione (pensiero, mente)
con la struttura che la produce (aree cerebrali). Tale paradigma si affermò
nella seconda metà dell'Ottocento, quando divenne evidente che aree specifiche
del cervello governavano funzioni mentali differenti.
Base
originaria di questo approccio fu una disciplina, la frenologia, il cui scopo
era di derivare dall'osservazione elementi che permettessero la predizione delle
capacità mentali. Molte presunte correlazioni osservate dai frenologi erano
frutto di una fervente immaginazione piuttosto che non di una accurata
applicazione di metodiche scientifiche. Tuttavia i frenologi ebbero il merito di
porre l'accento sull'importanza della localizzazione delle funzioni cerebrali:
la struttura complessa ma simmetrica del cervello, infatti, suggeriva già
allora una organizzazione ripartita delle funzioni neuro-motorie, la cui
distribuzione poteva essere svelata solo da una accurato ed attento esame del
comportamento.
Lo
studio delle funzioni cerebrali si base, da sempre, sulla comparazione della
espressione delle diverse capacità neuro-motorie in relazione a tre
circostanze: fasi dello sviluppo; esito di lesioni selettive; livello di
eccellenza nello svolgimento di quella determinata funzione.
La
prima modalità di indagine fu utilizzata dagli psicologi cognitivisti, in
primis lo Svizzero Piaget, per indagare le fasi dello sviluppo delle funzioni
cerebrali nel bambino. La terza modalità é oggi sfruttata negli studi che si
basano su metodiche di visualizzazione cerebrale: si tratta di tecniche che
permettono di vedere il cervello <in azione>, attraverso metodiche
complesse che sfruttano principi di radiologia insieme ad altri derivati dalla
fisica delle particelle. Il confronto nella attivazione cerebrale tra
<esperti> e <principianti> ha permesso di indagare funzioni
complesse in relazione alla memoria ed alla elaborazione del pensiero.
Fu
però la seconda modalità, quella che si applica allo studio delle conseguenze
delle lesioni cerebrali, che permise alla scienza per la prima volta
l'esplorazione dei <segreti> del funzionamento della mente umana.
Nel
1836 il neurologo Marc Dax descrisse in una relazione come lesioni dell'emisfero
cerebrale di sinistra si accompagnassero costantemente a disturbi del
linguaggio. Tale osservazione rimase a lungo scarsamente considerato, fino
almeno al 1861, quando il Francese Broca riportò il caso di un paziente che, a
seguito di una isolata lesione al piede della terza circonvoluzione frontale di
sinistra, aveva perso del tutto l'uso del linguaggio. Nel 1874 Wernicke
descrisse il caso di un paziente con lesione isolata della prima circonvoluzione
temporale di sinistra, da allora chiamata <area di Wernicke>, che aveva
sviluppato disturbi nella comprensione del linguaggio.
In
seguito a queste ed altre osservazioni, nel 1885 Broca arrivò ad affermare la
localizzazione a sinistra delle funzioni linguistiche, il primo passo verso la
formulazione della teoria della dominanza cerebrale. Attraverso varie
rielaborazioni, originate dall'osservazione che la lateralizzazione delle
funzioni cerebrali non é un requisito umano ed é presente invece anche in
animali che apparentemente non fanno uso di linguaggio, l'idea che alcune
funzioni cerebrali siano localizzate ad un'area, che <domina> su quella
controlaterale dell'emisfero opposto, resiste ancora oggi.
Gli
studi sulle conseguenze delle lesioni al cervello hanno comunque offerto molte
altre informazioni, prima fra tutte la possibilità di attribuire ad ogni area
della corteccia un ruolo specifico nell'elaborazione dei segnali in ingresso (le
<impressioni dei sensi>) e nella programmazione ed organizzazione della
risposta ai segnali, sia esterni che interni.
Nel
tempo, infatti, si sono aggiunte evidenze che indicano come tutto il nostro
corpo, incluso il sistema immunitario, interagisca con il cervello, che con il corpo forma un unico
psiche-soma reattivo e sensibile. Sappiamo che le aree temporali presiedono alla
percezione dei suoni, le aree visive sono invece localizzate nella corteccia
occipitale, mentre le funzioni motorie sono prevalentemente prefrontali. La
memoria, invece, non pare localizzata in alcuna area: sebbene sembri vero che
alcuni circuiti delle aree limbiche presiedano ai processi che contribuiscono
alla formazione dei ricordi, al punto che lesioni anche molto selettive in tali
aree possono condurre a gravi forme di amnesia, la memoria sembra essere una
proprietà di tutto il cervello, localizzata a livello neuronale. La nostra
memoria altro non é che la modifica nella risposta ad uno stimolo che il
medesimo stimolo produce agendo a livello di ogni singolo neurone. Per quanto ne
sappiamo la memoria é quindi un fatto cellulare, e ben si può dire che noi
ricordiamo con tutto il corpo, e non solo con il cervello o parti di esso. Si
realizzano, infatti, processi di memorizzazione anche a livello di nervi
periferici, comunque distanti essi siano dal cervello.
Anche
funzioni più complesse, come l'intelligenza, non sembrano avere una
localizzazione specifica. Si sa che individui che subiscono danni cerebrali
vanno incontro a un deterioramento mentale che coinvolge anche le facoltà
misurate dai comuni tests di intelligenza, ma sino ad ora (e probabilmente mai)
non é stato mai dimostrato che una singola area sia associata in modo specifico
a tali deficit.
La
creatività é un <costrutto> ancora più complesso dell'intelligenza, e
la difficoltà di trovare correlati neuropsicologici alla sua espressione appare
pertanto ancora maggiore. La
definizione maggiormente condivisa su cosa sia la creatività é quella che la
concepisce come il risultato di un processo personale che conduce alla
realizzazione di idee, prodotti o strutture giudicabili come nuove (cioé
originali, non semplicemente derivabili da quanto sino ad allora noto) ed
innovative (cioé capaci di apportare un sostanziale beneficio, attraverso la
soluzione di un problema o il soddisfacimento di un bisogno, anche solo
estetico) da parte di un comune consenso espresso da una comunità di esperti ed
un più vasto pubblico.
Se
si accetta questa definizione appare evidente come le qualità che conducono un
individuo ad esprimersi creativamente non possano essere ricondotto interamente
alla dimensione individuale. Il consenso intorno a cosa costituisca il carattere
di <novità> ed <innovazione> del prodotto creativo ha un carattere
eminentemente collettivo e sociale. Analogo carattere sociale é posseduto dal
concetto di <tradizione>, di contro alla quale il prodotto creativo può o
meno essere giudicato innovativo.
La
stessa materiale <produzione> del prodotto creativo, anche nella pura e
semplice forma di <idea> o progetto, richiede numerosi passaggi di natura
sociale. Non é possibile produrre oggetti senza accesso a risorse, siano o meno
consumabili. L'opera prodotta deve poi essere comunicata in qualche forma
perché il giudizio intorno al suo carattere creativo possa avere luogo.
Non
si danno <innovazioni> che vivano solo nella dimensione del privato,
oppure, come spesso capita per la creatività espressa nel vivere quotidiano,
l'innovazione si perde con la scomparsa del suo creatore, quando non sia stata
trasmessa a degli <allievi> o almeno degli imitatori. Non sappiamo chi sia
stato il primo a cuocere del tritato di grano misto ad acqua, ma il pane che
mangiamo tutti i giorni discende dagli esperimenti di un <cuoco>
particolarmente dotato. Molte innovazioni, in effetti, vivono a lungo in un
<brodo di cultura> che le conserva ed alimenta sino a quando non si
affermano in una più ampia comunità.
Al
di là della rilevante dimensione sociale della creatività, l'atto creativo
rimane qualcosa di individuale, anche quando si esprima in una dimensione
collettiva, come sempre più spesso nel campo della ricerca scientifica medica o
in alcuni ambiti artistici (teatro, cinema, produzione multimediale). Molti
aspetti della creatività sono quindi suscettibili di essere indagati a livello
individuale, ed é possibile abbozzare già ora una <neuropsicologia della
creatività> che renda conto di differenze individuali ed aspetti
suscettibili di essere sviluppati attraverso la pratica e l'insegnamento.
Innanzitutto
é probabile che le diverse forme nelle quali la creatività si esprime si
appoggino alle funzioni cognitive che maggiormente vengono coinvolte nell'atto
creativo. L'ambito artistico é quello che é stato maggiormente indagato sino
ad oggi, anche perché il <fare> artistico possiede in sé una
ineliminabile spinta all'innovazione, che nasce dal bisogno, sentito a volte
come sofferenza, di trasformare il conosciuto in forme e dimensioni mai prima
esplorate.
In
campo pittorico la percezione visiva, e la capacità di discriminare colori,
livelli di luminosità, forme e contrasti, costituiscono base dell'operare
plastico, ed é probabile che l'artista dotato di maggiore esperienza possieda
maggiori capacità sul piano percettivo del dilettante o del non-artista. In
campo musicale é stato dimostrato che il musicista esperto possiede una
significativa maggiore capacità di discriminare toni e ritmi, ed é descritta
in alcuni musicisti la rara capacità di riconoscere con precisione sfumature
minime di tono, fenomeno noto come <orecchio assoluto>. In
ambito letterario spesso il <creativo> possiede abilità verbali di molto
superiori a quelle del non-creativo.
Non
si sa, però, quanto tale aumentata capacità percettiva si associ alla reale
capacità creativa: non necessariamente, infatti, l'esperto é anche innovatore.
Può addirittura capitare che l'esperto, proprio perché sopraffatto dal peso
delle conoscenze acquisite diventi incapace di autentica innovazione, poiché
sempre sarà ricondotto dal proprio bagaglio al solco della tradizione. Se é
vero che, come sosteneva Pasteur, il caso favorisce uno spirito preparato, e
quindi non si dà innovazione nel vuoto delle conoscenze, é ancora più
vero che la creatività non si esaurisce nel pure e semplice
riassemblaggio del già dato, ma richiede un <guizzo> in più che conduca
dalla tradizione a qualcosa che sia fuori di essa e con essa possa confrontarsi.
Creativita'
Home page
Bibliografia
Links