Intelligenza e creatività paiono essere <costrutti> distinti anche se interrelati.
E' possibile che molte capacità cognitive essenziali per l'espressione dell'intelligenza contribuiscano anche alla riuscita in
campo creativo, però, come dimostrato dagli studi che hanno specificamente esplorato
l'argomento, una pronta intelligenza non é sufficiente per il successo in campo creativo.
La distinzione tra i due <domini> cognitivi, entrambi essenziali
all'adattamento socio-ambientale, pone evidenti problemi sul piano educativo, la cui risoluzione, ed in alcuni casi anche la semplice
<formulazione> (capire quali sono i <confini> del problema), richiederà risposte che siano insieme <intelligenti> e <creative>.
CREATIVITA'
e INTELLIGENZA
Parte seconda: la relazione tra creatività ed
intellgenza
Per molti Autori la creatività é parte integrale
dell'insieme di capacità e abilità indicate sotto il nome di <intelligenza>. Robert
Sternberg ha elaborato un modello di intelligenza che comprende abilità verbali ed analitiche, capacità creative e conoscenze
pratiche. In tale modello l'intelligenza si esprime in modo articolato, attraverso la mediazione tra utilità, innovazione ed
analisi.
Altri Autori, invece, sostengono una sostanziale autonomia delle capacità creative rispetto a quelle
dell'intelligenza. Frank Barron, uno dei maggiori studiosi nel campo della creatività descrive
l'intelligenza come un costrutto i cui <confini> sono posti interamente dagli strumenti di misura utilizzati nelle ricerche
empiriche. Secondo Barron, se l'<intelligenza> é misurata come l'insieme delle capacità che contribuiscono a favorire risposte
corrette a quesiti di natura verbale o logico-matematica, la creatività deve necessariamente essere concepita come separata
dall'intelligenza. Fornire risposte corrette a quesiti che richiedono estese conoscenze e
l'applicazione di regole o formule, di qualunque genere essere siano (anche trovare il passato remoto di un verbo
irregolare richiede l'applicazione di una <formula>, in questo caso grammaticale) necessariamente esclude
l'uso di capacità che si basano sull'innovazione.
Ciò che é <nuovo>, infatti, non necessariamente é
derivabile da quanto precedentemente noto, e anche quando la <fonte> dell'innovazione
si basi su fatti o materiali noti, la loro associazione nel <nuovo> prodotto non risulta
dall'applicazione di regole condivise: in caso contrario non si avrebbe una <novità>, ma
solo l'estensione di quanto già conosciuto. Problema, questo, che coinvolge l'innovazione sia in campo artistico, in relazione al plagio
ed alla <citazione> di elementi appartenenti ad altri creatori, sia in campo scientifico, in particolare per quanto riguarda
l'invenzione di nuove tecniche o nuove macchine.
Sempre sulla base del suo approccio empirico, Barron, insieme a David
Harrington (1981), ha passato in rassegna gli studi che hanno esplorato la relazione tra creatività ed intelligenza. Gli studi
condotti su individui giudicati particolarmente creativi in campo artistico, scientifico, matematico e letterario indicano che i
soggetti creativi tendono a riportare punteggi elevati nei tests di intelligenza generale. Però, quando sono posti in relazione tali
misure di intelligenza con indici di <creatività> basati sul giudizio di terzi o in base ai risultati conseguiti (numero di opere, premi
ricevuti, etc), intelligenza e creatività si dimostrano scarsamente correlate tra loro.
Nel suo celebre studio
sugli architetti, ad esempio, MacKinnon osservò che l'intero suo campione mostrava punteggi
nei tests di intelligenza superiori a quelli misurati nella popolazione generale, ma quando gli architetti giudicati come più
creativi dai propri pari venivano confrontati con il resto del campione, architetti creativi ed architetti <normali> non mostravano
differenze significative nei punteggi riportati nei tests di intelligenza. D'altra parte, i soggetti giudicati <creativi> erano
anche giudicati come <più intelligenti> dalla media dei pari. Secondo Barron ciò dipende dal carattere sociale della <creatività>.
Essere creativi, nella definizione che ne dà Barron, e che é
condivisa da molti ricercatori del settore, implica produrre qualcosa di innovativo che appaia utile o comunque rispondente ad un bisogno
condiviso (ad esempio, di natura estetica) e che ottenga il pubblico consenso per entrambi i termini. Il prodotto creativo, cioé, deve
poter essere giudicato dalla comunità in cui l'atto creativo é espresso come realmente innovativo e realmente utile. Il <successo
creativo>, pertanto, richiede qualità sociali tali da permettere l'affermazione propria e dei propri prodotti, e tali capacità sociali
possono facilitare un giudizio <benevolo> sull'insieme delle caratteristiche possedute dal soggetto creativo.
Un problema di non poco conto nella ricerca sulla creatività é la
mancanza di tests adeguati per la misurazione delle capacità creative, analoghi a quelli utilizzati nella ricerca
sull'intelligenza. Molti tests sviluppati a tale scopo hanno dimostrato una affidabilità e
specificità modesta.
Il principio base utilizzato nella creazione di molti <tests di
creatività> fa riferimento al carattere <indeterminato> della creatività: una risposta <creativa> necessariamente deve essere non
prevedibile sulla base delle conoscenze note, e non può quindi potersi derivare da formule o regole. Molti tests per la misurazione della
creatività, quindi, sono costruiti in forma di risposta aperta o multipla, dove la <rarità> della risposta, rispetto alla media delle
risposte offerte, costituisce elemento indicativo. Un simile criterio, ovviamente, permette anche
l'inclusione di risposte totalmente implausibili, e ciò costituisce un problema serio quando la misura di
<creatività> così ottenuta venga posta in correlazione con misure di personalità o di psicopatologia.
Soggetti apertamente disturbati possono fornire risposte inusuali, e quindi giudicate creative, senza
esserlo realmente, conducendo così a conclusioni sulla relazione tra creatività e psicopatologia assolutamente infondate.
Ovviamente non esiste un ricercatore così ingenuo da non validare il proprio strumento su candidati la cui qualità in esame (in questo caso
la creatività) non sia stata già dimostrata in forma non suscettibile di contestazione. Molti <tests di
creatività>, in effetti, conducono a punteggi più elevati quando applicati a
soggetti giudicati per consenso <creativi> rispetto ai <non creativi>.
La capacità di
manipolazione verbale, ad esempio, che può esprimersi attraverso l'elaborazione di anagrammi, anche a partire da parole complesse,
sembra differenziare i creativi dai non creativi. Anche la capacità di manipolare concetti
tra loro opposti come un tutto unitario, capacità che Rothenberg ha definito di <pensiero gianusiano>, sembra correlare
con il successo in campo creativo. Un altro aspetto che distingue i creativi dai non creativi sembra essere la preferenza per la
complessità. Stimoli grafici, come immagini geometriche di crescente complessità, conducono a scelte a favore delle figure più complesse
più spesso tra i creativi che fra i non creativi.
Misurare la creatività in azione, comunque, appare compito
assai difficile, anche perché resta ancora da dimostrare la <predittività> delle risposte date a questi
<tests di creatività>. A differenza dei tests di intelligenza, infatti, i <tests di creatività> non si sa
ancora se siano o meno in grado di prevedere la riuscita in campo creativo.
Per quanto riguarda i primi, cioé i tests di intelligenza, i
pochi studi condotti sino ad oggi, tra i quali un vasto e celebrato studio condotto da Lewis Terman e collaboratori su un gruppo
selezionato di bambini dotati, non sembrano indicare un vantaggio particolare di un elevato QI ai fini del successo
in campo creativo. Lo studio di Terman, effettuato in un arco di 70 anni, seguì circa
1500 bambini il cui QI al test di Standford-Binet fosse pari o superiore a 135. Giunti
all'età adulta, molti di questi <geni in potenza> acquisirono posizioni di successo, con una sostanziale
integrità in termini di salute e con un buon adattamento sociale (ma un rischio maggiore di suicidio rispetto ai coetanei), ma pochi si
distinsero come creativi in campo artistico o scientifico.
La scarsa o nulla predittività dell'intelligenza ai fini del successo
creativo conferma la modesta correlazione osservata negli adulti tra intelligenza e
creatività. Essere intelligenti, probabilmente, é un pre-requisito per l'espressione della creatività, ma essere pienamente
creativi implica il possesso di qualità distinte da quelle che contribuiscono
all'espressione dell'intelligenza.
Secondo alcuni Autori, l'intelligenza in certi casi può costituire un
freno alla piena espressione della creatività. Secondo Silvano Arieti (1979), che dedicò
importanti studi alla relazione tra creatività e malattia mentale, una intelligenza
troppo sviluppata può inibire le risorse interiori dell'individuo, poiché la sua
autocritica diventa troppo rigida, o egli impara troppo presto ciò che l'ambiente
gli offre, diventando così costretto entro i limiti della tradizione. Secondo Arieti, infatti <<una grande capacità di dedurre secondo le
leggi della logica e della matematica crea dei pensatori disciplinati ma non necessariamente delle persone creative>>.
Un eccessivo
adattamento alle convenzioni sociali sicuramente limita l'espressione della creatività. Il soggetto creativo solitamente sente la <norma>
come una costrizione, ed il suo desiderio di superare i limiti del già noto lo pone talvolta in forte contrasto con la società.
Attitudini di personalità orientate in senso anticonvenzionale
possono essere presenti già in età scolastica, ed influenzare negativamente l'adattamento scolastico. Darwin, Einstein e Churchill
ebbero difficoltà scolastiche, anche notevoli. E' possibile, però, che tali difficoltà originassero da fattori non necessariamente legati
alle loro successive realizzazioni creative. Di Darwin é nota una propensione
all'ipocondria, e pare abbia sofferto di attacchi di panico. Churchill soffrì in vita di psicosi maniaco-depressiva, un disturbo mentale con probabile base genetica e che si rende evidente
spesso già nell'infanzia, attraverso una certa irrequietezza della condotta e difficoltà nella socializzazione. Einstein era forse
affetto da disturbi dell'attenzione, e possedeva una inusuale capacità di <pensare per immagini>, che si accompagnava ad una altrettanto
pronunciata tendenza ad astrarsi da quanto lo circondava.
Un aspetto che é emerso dagli studi dedicati alla personalità dei
soggetti creativi é l'estrema devozione che il soggetto creativo dedica alla propria attività. Tale dedizione, ed il convincimento
della sostanziale <bontà> delle proprie realizzazioni si accompagna, in genere, ad una considerevole competenza e conoscenza degli
argomenti collegati alla professione scelta. Un vasto <bagaglio> di conoscenze e competenze acquisite sembra essere una
costante dei soggetti particolarmente creativi, e probabilmente costituisce il <magazzino> di riferimento per lo sviluppo delle associazioni ed
elaborazioni che conducono all'atto creativo.
Steven Harnad é un filosofo e ricercatore nel campo delle scienze
cognitive. Da molti anni dedica parte del suo tempo all'innovazione nel campo della editoria scientifica, in cui si é dimostrato
particolarmente creativo: é sua l'idea della prima rivista scientifica on-line, Psycoloquy, ed é stato anche uno dei primi promotori della
libera circolazione dei risultati della ricerca scientifica in rete, attraverso la promozione di archivi on-line liberamente consultabili,
come CogPrint.
Di recente Harnad ha passato in rassegna tutte le teorie dedicate
all'atto creativo in sé: come si produce, cioé, a prescindere dell'insieme delle qualità che lo precedono.
Harnad sottolinea come molte teorie concepiscano l'atto creativo come un fenomeno che emerge da un contesto di costrizioni e limitazioni,
sia interiori che esterne, sociali. L'Eureka, insomma, non é l'accendersi improvviso di un libero spirito ma il prodursi di
qualcosa di inatteso ed imprevedibile che origina da un terreno predisposto a quel risultato.
Nelle parole di Pasteur <<... le
hasard favorise l'esprit preparé>>: il caso favorisce lo spirito preparato.
Seppure non é possibile <programmare> la creatività, così come si
programma un computer per la dimostrazione di un teorema matematico, pure si può preparare il terreno per la miglior riuscita del <seme
della creatività>. Ampliare le conoscenze nel campo in cui si vuole esprimere la propria creatività diventa quindi una strategia che, se
non assicura il risultato, pure lo rende più probabile.
La sola conoscenza non é però sufficiente per la realizzazione del
potenziale creativo. E' necessaria anche la pratica, e la continua messa alla prova delle
proprie capacità. Il creativo che si esprima una sola volta, dedicandosi poi alla coltivazione della propria unica
scoperta é raro. In genere i soggetti creativi tendono ad essere produttivi, esprimendosi anche in campi non direttamente collegati al
proprio principale settore. Leonardo da Vinci é l'esempio più noto di creativo universale, e per molti incarnò
l'ideale dell'Uomo Nuovo del Rinascimento. Una creatività poliforme, comunque, non é rara, e spesso
i creativi tendono ad esserlo anche nella vita di tutti i giorni.
La <spinta a creare> é un altro elemento che caratterizza le
personalità maggiormente creative. Tale impulso a produrre distingue il creativo
dall'esecutore, per quanto intelligente esso possa essere, e lo conduce, talora, a trascurare ogni altra attività.
L'inventore che, come l'Archimede Pitagorico dei fumetti, si rinchiude in un eremo
a sperimentare le proprie creazioni é probabilmente solo una parodia di quanto accade nella realtà, ma
l'anedottica é ricca di esempi di scienziati che trascurano ogni impegno per stare dietro alla propria
ultima intuizione, sino al punto di dimenticare di essere attesi ... all'altare ! (capitò al biologo che scoperse la funzione del DNA nel
nucleo delle cellule).
L'impulsività può esprimersi talora in forma patologica, come spinta
ad agire indipendentemente dalle conseguenze. L'alcool ed alcune <droghe> possono aumentare il livello di impulsività. Esistono casi
noti di artisti, soprattutto scrittori e pittori, che hanno abusato in vita di alcolici o altre sostanze
psicoattive. L'americano Hemingway é probabilmente l'esempio più noto, ma molti altri se ne possono citare
(ad esempio il pittore Pollock, inventore dell'action painting). Non é noto, però, se realmente gruppi particolari di artisti soffrano un
rischio maggiore di sviluppare una tossicodipendenza, né quale relazione esista tra
l'abuso e la realizzazione creativa. In molti ambienti anticonformisti l'uso di sostanze psicoattive é
ampiamente condiviso.
I medesimi ambienti sono spesso frequentati dagli artisti, che possono quindi uniformarsi agli usi
<anticonformisti> del proprio ambiente, senza che ciò abbia relazione con la loro attività. Peraltro,
l'essere creativi, e creativi di successo, spesso favorisce una valutazione <benigna> di condotte
inusuali o bizzarre, socialmente <premiate> perché associate al successo (od alla potenzialità di successo).
D'altra parte esiste la possibilità che alcuni gruppi di artisti effettivamente soffrano un rischio maggiore di sviluppare un disturbo
mentale, come suggerito da molti studi sulla relazione tra creatività e malattia mentale. Poiché il rischio di sviluppare una
tossicodipendenza é maggiore in alcuni disturbi mentali, la presunta associazione tra creatività artistica e tossicodipendenza potrebbe
essere indiretta, spiegata da un uso di sostanze psicoattive motivato da un desiderio di autocura (o dalla scarsa attenzione posta sulle
conseguenze a causa di un disturbo mentale).
Alcuni studi hanno esplorato la relazione tra uso di sostanze
psicoattive ed espressione creativa. Sino ad oggi le evidenze non sembrano indicare che
l'alcool aumenti la capacità espressiva sul piano della creatività. Altre sostanze
psicoattive indagate, in particolare cannabis e allucinogeni (LSD), hanno mostrato evidenze
inconclusive. I prodotti creativi elaborati sotto l'influenza di queste sostanze appaiono più <strani> di quelli elaborati fuori dalla
loro influenza, ma ciò non costituisce di per sé una dimostrazione di creatività. La pura e semplice <eccentricità>, infatti, non é
sufficiente perché un prodotto possa essere giudicato <creativo>.
Ancora non é stato studiato in modo sistematico
l'effetto delle sostanze psicoattive sui processi mentali che siamo soliti indicare
come <intelligenza>. Si sa che molti soggetti che hanno sviluppato una tossicodipendenza hanno
livelli scolastici inferiori a quelli dei loro coetanei non tossicodipedenti. Non
esiste ancora una spiegazione adeguata di questo dato. In molti casi si può ricostruire un
<percorso> che conduce da iniziali difficoltà socio-relazionali all'insuccesso scolastico, con <uscita> dal percorso formativo e
successiva associazioni a gruppi di socializzazione <devianti> (le famose <cattive compagnie>). In molti casi, però, non é possibile
stabilire se i disturbi della condotta precedano o seguano le difficoltà scolastiche.
Alcuni Autori sostengono una sostanziale indipendenza tra disturbi
della condotta e difficoltà di apprendimento. Studi relativamente recenti hanno <isolato> alcune forme di disturbo del comportamento
attribuibili a deficit dell'attenzione. La letteratura anglossassone indica con
l'acronimo ADHD la cosiddetta sindrome del bambino inattentivo e iperattivo: iperattivo perché incapace di focalizzare
l'attenzione. Alcuni bambini che hanno ricevuto tale diagnosi e che soffrirebbero quindi di un difetto, forse congenito,
dell'attenzione sembrano andare incontro ad un miglioramento del proprio comportamento
e del rendimento scolastico, in alcuni casi anche di notevole entità, in seguito a trattamento con farmaci psicostimolanti. Questi farmaci,
come il metilfenidato, produrrebbero, per stimolazione di alcuni circuiti neurochimici, una maggiore capacità di focalizzare
l'attenzione, migliorando di conseguenza tutti i processi mentali e riducendo la iperattività da distraibilità.
Effetto simile al metilfenidato é prodotto da altre sostanze
psicostimolanti note per il loro potenziale di abuso, come l'amfetamina e la cocaina. In effetti
sembra che una frazione di individui che da bambini avevano mostrano comportamenti compatibili
con la diagnosi di disturbo dell'attenzione e dell'iperattività sviluppino poi una particolare propensione
all'abuso di psicostimolanti. Secondo alcuni Autori si tratterebbe di un tentativo
di auto-cura del proprio disturbo.
Non può essere escluso che sostanze come
l'anfetamina possano effettivamente potenziare la velocità delle capacità cognitive, dando
l'ipressione di un generale <aumento> della propria intelligenza. In realtà quello che si produce in molti
casi é un aumento del senso di euforia, che determina per conseguenza un giudizio <più favorevole>
delle proprie capacità, non necessariamente confermabile in realtà.
Le conseguenze a medio e lungo termine
dell'abuso di psicostimolanti, incluso un aumentato rischio di scompenso psicotico e di mortalità per
cause violente o incidente cardiovascolare, sconsigliano ogni utilizzo di queste sostanze, e la loro fama di <sostegno> nello studio, diffusa
soprattutto in passato, appare del tutto immeritata.
In conclusione, intelligenza e creatività paiono essere <costrutti>
distinti anche se interrelati. E' possibile che molte capacità cognitive essenziali per
l'espressione dell'intelligenza contribuiscano anche alla riuscita in campo creativo, però, come
dimostrato dai non molti studi che hanno specificamente esplorato l'argomento, una pronta intelligenza non é sufficiente per il successo
in campo creativo. La distinzione tra i due <domini> cognitivi, entrambi essenziali
all'adattamento socio-ambientale, pone evidenti problemi sul piano educativo, la cui risoluzione, ed in alcuni casi
anche la semplice <formulazione> (capire quali sono i <confini> del problema), richiederà risposte che siano insieme <intelligenti> e
<creative>.
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