La creatività, come capacità o insieme di capacità che favorisce l'adattamento, é da sempre considerata parte di quel più generale insieme di capacità mentali indicato con il termine di <intelligenza>. Tra intelligenza e creatività esistono molteplici relazioni, e la complessità di queste relazioni appare sempre maggiore con il crescere delle conoscenze relative al funzionamento del cervello. Lo sviluppo delle neuroscienze e delle discipline cognitive ha infatti posto in discussione il modello tradizionale di intelligenza, il cui carattere multi-dimensionale, e finanche molteplice, é ormai accettato dalla comunità scientifica tradizionale.


 

CREATIVITA' e INTELLIGENZA

Antonio Preti

 

Parte prima: la difficile definizione dell'intelligenza

Parte seconda: la relazione tra creatività ed intelligenza

 

Creare significa propriamente produrre qualcosa (oggetto, idea, struttura) che appaia ai più come nuova od originale. Non è facile, in realtà, definire esattamente in cosa consista la creatività. Nella definizione precedente appare evidente come la creatività implichi un fare (il produrre “oggetti” nuovi) che debba poter essere sottoposto al giudizio altrui. Tale giudizio prevede un criterio di “novità” del prodotto creato, e ciò implica anche un criterio di “tradizione”, per confronto alla quale l’oggetto potrà o meno apparire originale.

La creatività, come capacità o insieme di capacità che favorisce l'adattamento, é da sempre considerata parte di quel più generale insieme di capacità mentali indicato con il termine di <intelligenza>. La capacità di trovare soluzioni ai problemi, grandi o piccoli, della vita quotidiana é la funzione che di solito viene più spesso associata all'intelligenza. Tale funzione viene solitamente indicata nella letteratura con il termine, di derivazione anglosassone, di <problem-solving>. 

Le capacità creative sono ritenute contribuire alla funzione di risoluzione dei problemi, ed in genere i solutori <creativi> tendono ad essere o apparire particolarmente dotati sul piano dell'intelligenza. Il creativo, in realtà, più che un risolutore di problemi é un <problem-finder>, cioé un trovatore di problemi. E' infatti peculiarità di molti <creativi> essere capaci di osservare aspetti della realtà che i <normali>, anche dotati sul piano dell'intelligenza, a volte non considerano. 

Il soggetto intelligente nel modo tradizionale, infatti, per la risoluzione dei problemi che ha di fronte spesso si basa sull'applicazione di algoritmi o comunque regole che, per quanto complesse, sono comunque costanti e fisse, prevedendo un numero limitato di casi ed un numero ancor più limitato di eccezioni.

Il creativo, invece, riesce talora a ri-formulare il <problema> da risolvere secondo punti di vista inusuali, giungendo a fornire risposte che a volte appaiono tangenziali rispetto al problema posto, ma che pure possiedono un loro carattere innovativo, e di utilità, sul piano appunto della risoluzione dei problemi, maggiore spesso di quella posseduto da risposte, anche estremamente elaborate ed <intelligenti>, offerte secondo approcci tradizionali.

Tra intelligenza e creatività esistono molteplici relazioni, ma la complessità di queste relazioni appare sempre maggiore con il crescere delle conoscenze relative al funzionamento del cervello. Lo sviluppo delle neuroscienze e delle discipline cognitive ha infatti posto in discussione il modello tradizionale di intelligenza, il cui carattere multi-dimensionale, e finanche molteplice (secondo un modello descrittivo sviluppato dal ricercatore Howard Gardner), é ormai apprezzato dalla comunità scientifica tradizionale.

Tale approccio ha rivoluzionato un intero modo di pensare il funzionamento della nostra mente, un tempo concepita come un tutto unico sul quale l'ambiente poteva scrivere qualunque informazione, o al contrario giudicata priva di autonomia che non fosse quella permessa dalle specifiche codifiche geniche. Ancora al principio del secolo, soprattutto da parte di scienziati che cominciavano ad applicare le moderne tecniche statistiche alla elaborazione psicometrica (studio dei test psicologici e di personalità) l'intelligenza era concepita come un fattore unitario, l'ipotetico fattore <g>, distribuito in modo ineguale nella popolazione generale, con variazioni che potevano comprendere ad un estremo le deficienze causate da danni cerebrali (congenite, insufficienze mentali, o acquisite, demenze), mentre all'altro estremo si raccoglievano le personalità <geniali>.

Tale modo di concepire l'intelligenza si prestava, come é ovvio, a semplificazioni e facili banalizzazioni, e spesso fu utilizzato per giustificare presunte superiorità, di genere (uomo più intelligente della donna) o di razza (bianchi anglo-sassoni più intelligenti degli asiatici e degli afro-americani), del tutto prive di fondamento. I risultati delle ricerche volte a confermare tali pregiudizi spesso erano inficiati dall'uso di tecniche psicometriche inadatte a valutare adeguatamente i soggetti in esame. Non di rado, infatti, i <Quozienti di Intelligenza> erano derivati da test tarati su capacità verbali, spesso soggette a variabili culturali e sociali (ad esempio, avere o meno completato la scuola dell'obbligo o vivere in un'area dove la comunicazione viene espressa principalmente in dialetto anziché nella lingua ufficiale) il cui peso era maggiore di quello attribuibile alla variabile in esame, l'intelligenza appunto.

In qualche caso, poi, i ricercatori, allo scopo di far combaciare i risultati dei loro studi con le proprie ipotesi di partenza, arrivarono a falsificare i propri dati, con grande, ed ipocrita, scandalo, da parte della comunità scientifica internazionale quando la truffa venne scoperta.

Oggi molto si discute sul modo più appropriato di indagare l'insieme di capacità che definiamo intelligenza, ma la mancanza attuale di un modello adeguato e condiviso di cosa sia l'intelligenza pone problemi di non facile soluzione. Nel Novembre 1994 l'Associazione degli Psicologi Americani (APA) varò un progetto volto a raggiungere un <consenso> di minima intorno a cosa si dovesse intendere per <intelligenza> ed il modo più appropriato per misurare l'entità così definita. Nel Febbraio 1996 venne pubblicato sulla rivista <American Psychologist> (volume 51, N° 2, pp 77-101) un articolo che riassumeva le conclusioni cui la Task Force dell'APA era giunta.

In quell'articolo l'intelligenza é definita come un insieme di abilità mentali che contribuisce alla comprensione di idee complesse, ottenendo un miglior adattamento all'ambiente attraverso l'apprendimento dall'esperienza e l'elaborazione di strategie mentali. Sebbene la definizione sembri omnicomprensiva, é specificato che esistono diverse forme di <intelligenza>, alcune delle quali possono non essere pienamente descritte dai comuni test psicometrici. 

Un approccio alternativo alla concettualizzazione dell'intelligenza, in effetti, la definisce come <l'insieme delle abilità intellettuali misurate dai test per l'intelligenza>, una definizione meno <circolare> di quanto non appaia a prima vista. Tale definizione, infatti, restringe il campo del significato delle differenze che possono essere osservate tra individui in relazione all'intelligenza, riconoscendo la possibilità che esistano aspetti non circoscrivibili con un test o anche, in certi casi, neppure misurabili (un esempio é l'ipotetica <intelligenza esistenziale> immaginata da Howard Gardner).

Per quanto riguarda i test per la misura dell'intelligenza, ne esistono di vario tipo, basati su capacità verbali e logico-matematiche (la maggioranza: essi si basano su un modello dell'intelligenza come sistema di applicazione di algoritmi, cioé di regole e formule), oppure affidati a capacità più astratte, come il riconoscimento di figure complesse (Raven's Progressive Matrices). Il più diffuso, e prototipo di ogni successivo strumento, é comunque il celebre Stanford-Binet, che comprende molti items (prove), sia verbali che non verbali.

I risultati in vari tests di <intelligenza> tendono a correlare tra loro, come ci si aspetta da misure che si immagina si applichino al medesimo fattore. I <quozienti di intelligenza> inoltre tendono ad essere piuttosto stabili nel tempo, sebbene si osservino variazioni nel punteggio complessivo durante lo sviluppo, con incrementi che tendono ad essere progressivi. Recentemente alcuni ricercatori hanno riportato anche una tendenza all'aumento nelle medie dei QI per età, come se nella popolazione generale si assistesse ad un progressivo miglioramento della <intelligenza>. Non esiste ancora una spiegazione per tale effetto, che secondo alcuni sarebbe un ulteriore risultato del complessivo miglioramento delle condizioni di vita iniziato già al principio del secolo appena terminato.

Un problema aperto, e non da poco, é il valore da attribuire al <quoziente di intelligenza>. Se esso é realmente una misura dell'intelligenza, cioé della capacità di adattarsi e raggiungere i propri obbiettivi attraverso abilità mentali, é anche capace di predire i futuri risultati ?

In effetti il QI tende a correlare con i risultati scolastici: soggetti con QI elevato tendono ad ottenere risultati migliori a scuola di altri con QI inferiori. Inoltre un buon QI si accompagna anche ad una migliore sistemazione occupativa, e talora anche a guadagni maggiori. D'altra parte, i test di <intelligenza> sono basati su abilità che sono influenzate dal contesto culturale, pertanto é possibile che l'elevato contesto sociale di partenza (classe sociale dei genitori) influenzi sia il risultato del QI che il miglior esito del candidato sul piano scolastico, occupativo ed economico.

Il medesimo fattore può contribuire anche a spiegare l'apparente effetto protettivo di un elevato QI sul rischio di manifestare comportamenti devianti o criminali. Bambini con basso QI hanno un rischio maggiore di interrompere la scuola, e di unirsi poi a bande devianti, aumentando il rischio di devianza e criminalità. D'altra parte, bambino con basso QI più spesso provengono da famiglie svantaggiate, e questo fattore di per sé incrementa il rischio di comportamenti devianti (il che non implica che ciò sia un <destino> immutabile e necessario).

Essendo un insieme di abilità che dipendono dal funzionamento del cervello, appare ovvio che parte delle differenze nelle risposte ai tests di <intelligenza> siano influenzate da fattori a carattere genetico. L'intelligenza dipende dalle capacità di percezione (percepire, riconoscere e distinguere sino al dettaglio gli stimoli ambientali), dalle capacità di memoria (ad esempio per il confronto tra stimoli nuovi ed i precedenti, ed anche per il confronto del problema attuale con le soluzioni offerte in precedenza), dalla capacità di comparazione degli stimoli complessi (orientamento degli stimoli, loro composizione, visiva, acustica, etc). 

Si tratta di funzioni chiaramente sotto controllo genetico, e sensibili a fattori biologici di varia natura, come lo stato di nutrizione, lo stato generale di salute, il consumo di alcool o l'esposizione a sostanze tossiche (piombo in particolare), etc. L'ereditabilità di un elemento, peraltro, non implica immutabilità: la memoria si può esercitare, e così la capacità di percepire un dato stimolo. Anche il colore dei capelli, sotto certo controllo genetico, é mutabilissimo, come dimostra la ricca offerta di tinture per entrambi i sessi !

Per quanto riguarda i sessi, gli studi indicano una generale comparabilità dei risultati tra maschi e femmine, con un lieve vantaggio per il sesso maschile nelle prove matematiche e migliori prestazioni nel sesso femminile nelle prove verbali.

Non appaiono evidenti differenze legate alle etnie nelle prestazioni generali offerte ai tests di intelligenza, ma talora le prestazioni in alcune selettive prove sembrano mostrare un vantaggio per alcune etnie rispetto ad altre, una volta che si tenga conto delle condizioni socio-culturali di partenza (classe sociale dei genitori). I bambini cinesi e giapponesi, ad esempio, sembrano mostrare prestazioni migliori dei <bianchi> americani nelle prove matematiche, che si basano su capacità logico-spaziali. Tale vantaggio é da taluno attribuito a fattori genetici legati all'etnia, ma non é escluso che giochi un qualche ruolo anche il particolare sistema di scrittura, ideografico, cui questi bambini sono esposti sin dall'infanzia.

Un aspetto problematico degli studi psicometrici sull'intelligenza é il carattere estremamente diseguale delle prestazioni di alcuni individui. Nei cosiddetti <bambini dotati> la diseguaglianza delle prestazioni é frequente. In uno studio condotto su 1000 adolescenti iperdotati sul piano scolastico, ad esempio, oltre il 95 % presentava forti diseguaglianze tra prestazioni nelle aree verbali ed in quelle matematiche. Adolescenti con notevole talento spaziale e matematico, in particolare, spesso mostravano capacità verbali mediocri. 

Anche gli adulti iperdotati spesso mostrano ineguaglianze nelle loro doti intellettuali. Uno studio retrospettivo su degli inventori, particolarmente dotati sul piano delle attitudini spaziali e meccaniche, ha dimostrato che molti di essi da bambini avevano avuto molte difficoltà nell'imparare a leggere e scrivere. Il caso più celebre é quello di Thomas Alva Edison. Egli fu un genio prolifico, ed ottenne oltre 1000 brevetti per invenzioni (alcune importantissime, come quelle del fonografo e della lampada ad incandescenza), ma da bambino ebbe grandi difficoltà di apprendimento, soprattutto in campo verbale: secondo alcuni era dislessico, un disturbo con base neurologica che rende difficile leggere, e per conseguenza determina forti difficoltà nell'apprendimento scolastico.

La dislessia é un disturbo molto particolare: ne sarebbero colpiti circa il 3-6 % dei bambini in età scolare. Si caratterizza per un'incapacità a leggere le parole ed a scrivere lettere e parole. Sembra avere una elevata distribuzione familiare, ed una associazione notevole con il mancinismo, sia nei bambini affetti che nei loro familiari. Nonostante il disturbo nella scrittura e nella lettura, questi bambini, che se non riconosciuti come portatori di dislessia possono essere scambiati per <asini>, non sono affatto limitati sul piano intellettivo, e possiedono di norma un QI nella norma, o anche superiore (osservazione che può essere colta se si utilizzano tecniche non verbali di misurazione).

I bambini con dislessia spesso manifestano anche altri disturbi neuro-psicologici. Tra gli altri: percezione inadeguata di spazio e forma; percezione inadeguata delle dimensioni, della distanza e delle sequenze temporali e dei ritmi; incapacità ad imitare sequenze di movimenti in modo aggraziato. In alcuni casi si osservano difficoltà più settoriali, come la disgrafia, che é uno specifico disturbo nella capacità di scrittura, con o senza difficoltà nella interpretazione delle parole e delle frasi, e la discalculia, che é un deficit nella capacità di calcolo, con o senza difficoltà nella comprensione delle operazioni matematiche.

All'opposto di queste condizioni ve ne sono altre, più rare, nelle quali si manifesta una estrema precocità di comprensione verbale. In alcuni casi vi sono bambini che all'età di 2-3 anni leggono e comprendono testi come un adulto, oppure mostrano grandiose capacità matematiche. Sono i cosiddetti <bambini prodigio>, bambini estremamente dotati e precoci che però mostrano anche difficoltà nelle aree relazionali, talvolta sino a configurare forme di autismo, o comunque problemi sociali ed emotivi in misura superiore ai coetanei. Non é raro che un bambino prodigio, se non sostenuto dalla famiglia, cerchi di nascondere le proprie superiori capacità, allo scopo di limitare i <danni> che l'ostracismo dei coetanei nei confronti dell'eccellenza può loro produrre.

I casi estremi di ineguaglianza delle prestazioni in campo intellettuale sono costituiti dai <savant>, altrimenti chiamati <idioti sapienti>. Si tratta di individui, solitamente con un ritardo mentale medio (QI compreso tra 40 e 70) o autistici, che possiedono selettive abilità che spiccano per confronto con le limitazioni delle altre aree. I <savant> veri e propri, dotati di abilità prodigiose, sono rari ma affascinanti. Alcuni di essi sono capaci di calcoli matematici estremamente complessi, pur in presenza di una sostanziale incomprensione del significato delle operazioni matematiche che compiono. In alcuni casi si ritiene che ricorrano a metodi di calcolo inconsueti, che tuttavia producono risultati straordinari. Altri possiedono doti grafiche straordinarie, notevolmente superiori a quelle di individui di pari età, e spesso superiori a quelle degli adulti.

Nadia, una bambina autistica con gravi deficit, era capace a 3-4 anni di disegnare come un adulto iperdotato, con una padronanza di tratto che ricordava quella dei pittori del Rinascimento. Un altro caso celebre fu quello di due gemelli, affetti da ritardo mentale, che possedevano una abilità prodigiosa nel <calcolare> le date del calendario. Riuscivano, apparentemente senza ricevere altra informazione, a dire con certezza in quale giorno della settimana sarebbe caduto un dato giorno di un anno qualsiasi, informazione che solitamente richiede calcoli complessi, a causa della struttura del nostro calendario, e non solo per la presenza degli anni bisestili.

La presenza di questi talenti isolati pone imbarazzanti domande sul carattere dell'intelligenza, anche perché alcune forme di talento sembrano originare da lesioni cerebrali piuttosto che non dalla piena salute. Alcuni ricercatori hanno ipotizzato che gli individui particolarmente dotati in certi campi, talora a scapito di altre abilità, siano portatori di una alterata lateralizzazione cerebrale, su base genetica (da difetto dello sviluppo per malfunzionamento di qualche <programma genetico> relativo all'organizzazione strutturale del cervello) o congenita (da danno cerebrale per sofferenza ipossica durante lo sviluppo fetale, da complicanza ostetrica in gravidanze problematiche).

A riprova di questa ipotesi é l'osservazione di una apparente superiore frequenza di individui non destrimani o ambidestri tra gli iperdotati sul piano intellettuale, ed una frequenza analogamente elevata di disturbi del linguaggio, balbuzie o dislessia in campioni selezionati di soggetti di talento. Linguaggio e abilità manuale sono funzioni di solito controllate dall'emisfero cerebrale di sinistra, come dimostrato da lesioni selettive capaci di determinare la perdita delle capacità linguistiche, come l'afasia, in associazione o meno alla paralisi del lato destro del corpo. Disturbi del linguaggio e la mancata lateralizzazione a destra delle funzioni motorie sono perciò ritenuti indici di alterata lateralizzazione cerebrale, come suggeriscono recenti studi condotti con tecniche di visualizzazione cerebrale (Tomografia ad emissione di positroni, anche detta PET, e Risonanza Magnetica), a conferma delle intuizioni dei neurologi dell'ottocento.

Una percentuale ancora non stimabile di individui iperdotati si <perde per strada>, non riuscendo a mantenere nel loro sviluppo quei risultati e quelle prestazioni che i precoci successi lascerebbero intravedere. Un caso tra i più tristi fu quello di William James Sidis. Estremamente dotato in campo logico-matematico, il piccolo William giunse all'età di 11 anni ad iscriversi alla prestigiosa Università di Harvard, laureandosi a 16 anni. Il padre, però, lo aveva letteralmente perseguitato perché sviluppasse ulteriormente il suo talento, e Williams, per reazione, perse progressivamente ogni interesse nella matematica. Passò il resto della vita a svolgere lavori impiegatizi, e morì a soli 46 anni, abbandonato da tutti, per un'emorragia cerebrale.

Il problema della individuazione dei bambini iperdotati e della loro collocazione in percorsi formativi adeguati al loro talento, che tengano conto del carattere problematico di molti di questi bambini, che restano bambini con tutte le esigenze dell'età, é altrettanto importante del recupero dei bambini sottodotati. Alcuni paesi, come il Giappone e l'Ungheria, hanno da tempo programmi speciali, ma in altre nazioni, Italia compresa, in materia si fa poco o nulla.

Analogo problema riguarda l'individuazione del talento creativo, che appare ancora meno definibile di quello associabile all'intelligenza. La relazione tra creatività ed intelligenza, infatti, suggerisce analogie e differenze, la cui rilevanza sul piano educativo appare sempre più importante.

 

Parte seconda: la relazione tra creatività ed intelligenza

 

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