Lo studio della creatività è compito
difficile e complesso, le cui implicazioni vanno bene al di là della
individuazione dei fattori che ne possono favorire l’espressione, ma coinvolge
aspetti sociali, culturali e politici la cui rilevanza non può essere trascurata,
richiedendo una appropriata e “creativa”
determinazione nel proprio e più opportuno contesto.

CREATIVITA':
Definizioni
Antonio
Preti, Paola Miotto
<< In effetti, per qualsiasi cosa
che proceda da ciò che non è a ciò che è,
senza dubbio la causa di questo
processo è sempre una creazione >>
Platone, Simposio (205 b)
Creare significa
propriamente produrre qualcosa (oggetto, idea, struttura) che appaia ai più
come nuova od originale. Non è facile, in realtà, definire esattamente in cosa
consista la creatività. Nella definizione precedente appare evidente come la
creatività implichi un fare (il produrre “oggetti” nuovi) che debba poter
essere sottoposto al giudizio altrui. Tale giudizio prevede un criterio di
“novità” del prodotto creato, e ciò implica anche un criterio di “tradizione”,
per confronto alla quale l’oggetto potrà o meno apparire originale.
Altro criterio
implicito nel giudizio intorno al carattere “creativo” di un prodotto riguarda
la sua fruibilità da parte di terzi. Non tutto ciò che è nuovo è infatti dotato
del requisito di essere creativo. Solo ciò che risponde efficacemente ad un
bisogno, fosse puramente estetico (la creazione artistica) ottiene il
riconoscimento di prodotto “creativo”.
La creatività come
ambito dell’agire umano rinvia quindi ad una complessa interazione di fattori
individuali (le caratteristiche che rendono un individuo capace di creatività),
sociali (il consenso intorno ai criteri che ammettono il riconoscimento dello
sforzo creativo, ed il loro premio), e culturali (il complesso delle conoscenze
note, tramandate come <<tradizione>>). Tali elementi tutti, a vario
titolo, contribuiscono a definire i confini della <creatività> come
capacità umana.
Dal punto di vista
socio-biologico la creatività è una delle funzioni cognitive che contribuiscono
all’adattamento evolutivo. L’uomo è, in effetti, l’animale capace, più di tutti
gli altri, di “creare” il proprio mondo, il proprio spazio ambientale, trasformando,
in questo processo, anche lo spazio ambientale altrui (delle altre specie,
cioè). Il potere <antropomorfico> (di rendere simile all’umano) della
specie umana è tale che oggi contempliamo paesaggi <naturali> che mai
sarebbero esistiti in assenza dell’uomo. La specie umana è anche l’unica, per
quanto ne sappiamo, che abbia creato strumenti atti a distruggere sé stessa ed
il proprio mondo, sino alla possibilità di una catastrofe ecologica totale ed
irreparabile.
La relazione tra
creatività e distruzione è in effetti sottile ma nel contempo articolata.
Innovare implica necessariamente sottrarre spazio alla tradizione, ed in ciò,
inevitabilmente, distruggere parte di quanto sino ad allora era dato per certo.
Sul piano psicologico i molteplici legami tra creatività e distruttività sono
probabilmente importanti nell’indirizzare l’esito degli sforzi creativi o,
addirittura, nel condizionarne l’inibizione (per timore delle conseguenze della
propria audacia: per un approfondimento vedi Creativita'
e devianza).
L’ambito individuale è
quello sul quale si sono concentrati gli sforzi dei ricercatori interessati a
precisare quali caratteristiche contribuiscano allo sviluppo ed all’espressione
della creatività. Nel tempo gli studi hanno riconosciuto una sostanziale
autonomia delle capacità cognitive attraverso le quali si esprime la creatività
rispetto al complesso delle funzioni mentali che definiscono l’
<intelligenza>. Erroneamente si crede che la creatività si esaurisca
nella risoluzione di problemi (problem-solving), che è piuttosto una proprietà
dell’intelligenza. L’individuo creativo sembra invece indirizzato alla
individuazione di problemi (problem-finding), la cui soluzione può sempre
essere prodotta secondo schemi conosciuti.
Oggi si riconosce una
sostanziale molteplicità delle intelligenze, anche per merito degli studi di
Howard Gadamer (che spesso, però, tende a confondere i costrutti di
“intelligenza” e “creatività”), ed è probabile che parte delle capacità
neuropsicologiche che contribuiscono all’espressione dell’intelligenza svolgano
un ruolo anche nell’espressione della creatività (organizzazione delle
percezioni e memoria, in particolare). Sebbene l’intelligenza, cioè la capacità
di organizzare ed elaborare efficacemente una larga quantità di dati, favorisca
lo sviluppo del potenziale creativo, essa però non può essere identificata con
essa. In generale, gli individui maggiormente creativi tendono a riportare
punteggi elevati nei tests che misurano l’<intelligenza>, e sono anche
giudicati più intelligenti della media dai propri colleghi, tuttavia un Quoziente
Intellettivo elevato non è sufficiente a garantire una produzione creativa di
rilievo (per un approfondimento: Creativita' e
intelligenza).
Come per
l’intelligenza, è improbabile che esista un fattore unico di “creatività” che
si distribuisca in modo ineguale nella popolazione generale. Piuttosto, la
creatività può essere concepita come la risultante di un insieme di qualità che
permettono ad alcune persone più facilmente che ad altre di esprimersi
creativamente. Molti studi hanno esplorato i correlati psicologici della
creatività a livello individuale, utilizzando batterie di tests usate
abitualmente negli studi sulla personalità.
Dallas e Gaier (1970)
identificarono alcuni tratti comuni agli individui più creativi della media:
indipendenza nei comportamenti e negli atteggiamenti; dominanza; introversione;
apertura agli stimoli; ampiezza di interessi; buona accettazione di sé stessi;
intuitività; flessibilità; socievolezza unita, però, a tratti di antisocialità;
radicalismo nei giudizi; rifiuto delle costrizioni.
Welsh (1975), in uno
studio condotto tra studenti universitari, descrisse i più creativi come:
instabili, irresponsabili, disordinati, ribelli, incontrollati, egocentrici,
privi di tatto, non cooperativi, oppositivi, impulsivi. D’altra parte essi
erano anche originali, avventurosi, liberali, tolleranti, spontanei,
flessibili, ed interessati alle arti.
MacKinnon, nel suo
ampio studio sulla creatività (1962, 1965, 1978), osservò punteggi elevati in
scale che misurano tratti di psicopatologia relativi a disturbi mentali gravi:
schizofrenia, depressione, devianza psicopatica, paranoia, etc.
In effetti, già
nell’Antica Grecia era notato un legame tra eccellenza creativa e tratti di
personalità indicativi di malattia mentale. Tale relazione controversa ha
suscitato numerosi studi, con esiti tuttora dibattuti (per un approfondimento: Creativita'
e psicopatologia).
Al di là di quelli che
sono i correlati personologici, comunque, lo studio della creatività in epoca
moderna si è dedicato allo sviluppo di strumenti atti a misurare quelle qualità
che direttamente favoriscono o permettono l’espressione del proprio potenziale
creativo. Un numero ampio di metodi è stato utilizzato a tal fine, con
risultati variabili ed incostanti. Dennis Hocevar ha raggruppato tali strumenti
in 10 principali categorie:
1.
Tests di pensiero divergente
2.
Questionari di attitudini ed interessi
3.
Questionari di personalità
4.
Questionari biografici
5.
Nomina da parte di insegnanti
6.
Nomina da parte dei propri pari
7.
Valutazione da parte di supervisori
8.
Valutazione del prodotto
9.
Giudizio sul grado di eccellenza raggiunto
10.
Questionari auto-compilati sulle attività creative ed i risultati conseguiti
In generale, la
valutazione da parte di terzi e lo studio delle biografie sono metodi
utilizzati in ricerche condotte su vasti campioni; i questionari di personalità
ed i tests di valutazione degli stili di pensiero sono utilizzati più spesso in
ricerche condotte su campioni ristretti e selezionati. In quest’ultimo campo,
due metodi sembrano essersi dimostrati promettenti. Il primo, sviluppato da
Welsh, e da lui perfezionato insieme a Barron (1952), valuta la preferenza per
strutture complesse, usando come stimolo tavole grafiche che riportano figure
di varia complessità I soggetti più creativi tenderebbero a mostrare una
spiccata preferenza per le figure più complesse.
Un altro metodo,
sviluppato da Albert Routhenberg (1979), valuta la capacità di fornire risposte
associative verbali inusuali. I soggetti più creativi tenderebbero ad associare
tra loro concetti spesso opposti (luce-buio, ad esempio) senza essere turbati
dalla apparente incongruenza delle loro associazioni. Tale stile di pensiero è
stato definito <gianusiano> da Routenberg, in ricordo della divinità
latina Giano, che aveva due facce in un’unica testa, a simboleggiare la
conoscenza del passato e del futuro e la contemporanea comprensione degli opposti.
Altri strumenti si
basano su questionari che misurano il potenziale creativo espresso nella vita quotidiana, cioè il <sapersela cavare> in modo originale affrontando i
problemi della vita di tutti i giorni. Attualmente non è noto quanto questi
presunti <Quozienti di Creatività> siano predittivi di concrete
realizzazioni creative. La neuropsicologia della creatività è comunque
complessa, ed il suo studio richiede conoscenze specifiche del funzionamento
del cervello, oltre che modelli adeguati di ciò che la espressione della
creatività implichi (per un approfondimento: Creatività e neuroscienze).
Il lato personale,
individuale della creatività non è l’unico che conti ai fini della sua
espressione. Perché un prodotto creativo venga riconosciuto come tale è
necessario che esso ottenga il consenso dei possibili fruitori. La capacità di
permettere la affermazione dei propri prodotti su quelli concorrenti e di
guadagnare l’attenzione nel confronto con la tradizione è un altro importante
fattore che contribuisce all’innovazione.
Capacità relazionali
e, in particolare, la capacità di accedere alle risorse, sono fattori che
condizionano l’emergere e l’affermarsi della propria produzione creativa,
altrimenti condannata all’anonimato delle buone intenzioni.
Anche in questo
caso, molti tratti di personalità sono importanti nel contribuire
all’affermazione dei propri prodotti. Tra questi: socievolezza, perseveranza,
indipendenza di giudizio e capacità di non lasciarsi sopraffare dalle critiche,
autorevolezza, assertività, capacità di leadership, doti di comunicazione. Si
tratta di elementi che a vario titolo possono essere riconosciuti nelle
biografie delle personalità creative più eminenti. Tali qualità, però, non
sembra di per sé siano sufficienti. Ha un suo peso anche il modo in cui una
data società, e le comunità che la compongono, riconosce e premia l’eccellenza.
Non sempre, in effetti, la creatività è stata al centro dell’attenzione per
quanto riguarda la comprensione dei processi che guidano l’innovazione ed il
progresso. Soprattutto nel passato (ma in realtà ancora oggi) hanno contato
elementi quali l’autorevolezza e l’eccellenza già conquistate, l’originalità
(il discostarsi dalla tradizione o il saperne fondare un’altra: soprattutto in
campo artistico e nell’ambito religioso), la eccentricità rispetto alle norme
sociali condivise (ancora in campo artistico ed in quello politico o
filosofico).
Anche
la definizione di ciò che costituisce più propriamente il “fare” creativo ha
variato in relazione alle diverse società e culture. In diverse epoche
l’artista (detentore di un sapere orientato alla creazione) e l’artigiano
(detentore di un sapere orientato alla riproduzione tecnica) hanno spesso
convissuto nella stessa bottega, quando non nella medesima persona. La
contrapposizione tra arte e tecnica attraversa molta parte della filosofia
occidentale, in particolare in epoca Romantica.
In realtà il fare artistico
è esso stesso un fare dominato dalla <techne>, la capacità, cioè, di
misurare e organizzare un materiale secondo un progetto. E’ l’esito del
progetto che differisce nei due domini dell’arte e della tecnica: nell’uno,
quello artistico, il fare si esaurisce nel suo stesso farsi, nell’altro il
prodotto del fare deve possedere un suo preciso valore d’uso, che implica anche
un valore di scambio non sempre presente nel fare artistico. All’agire
artistico viene anche attribuita una valenza di libertà, che sarebbe assente
nell’agire tecnico (totalmente governato dal dovere di aderire a un progetto).
E’ la poesia la forma
d’arte che più si avvicina al fare artistico inteso come campo della più piena
libertà creativa. La poesia, la poiesis degli Antichi Greci, è infatti,
letteralmente, un “fare” che si esaurisce in sé, parole scritte sulla sabbia,
che il vento può scomporre in ogni istante senza che il loro significato, per
colui che le ha composte, vada perduto. Nella poesia la creatività si esprime
al suo stato forse più puro, come autentica e semplice associazione di elementi
simbolici, appena emersi dall’inconscio, i cui prodotti appaiono immediatamente
nuovi ed originali, perché mai prima detti, ed immediatamente fruibili, in
quanto il loro “uso” coincide con il loro stesso essere prodotti.
In realtà
anche la poesia richiede competenze tecniche, e la grande poesia popolare,
quella che ha dato vita ai grandi poemi epici, si è sempre espressa attraverso
i limiti imposti dalla tecnica metrica compositiva, indispensabile per la
trasmissione e la memorizzazione degli innumerevoli versi che costituivano quei
canti.
La dimensione
culturale della creatività, quell’insieme complesso di fattori che rende
possibile la comunicazione e la trasmissione delle conoscenze, comprese quelle
più innovative, è un altro elemento importante della dimensione creativa. Sia
sul piano del riconoscimento dell’innovazione in quanto tale (non si danno
“novità” se non per confronto con la tradizione), sia sul piano più
propriamente ideologico.
Innovare, il qualche modo, ed in un modo profondamente
“politico”, implica trasformare la tradizione sino alla istituzione di una
completamente nuova. Si pensi, al proposito, all’impatto delle teorie
cosmologiche eliocentriche, contrapposte a quelle geocentriche, che mettevano,
cioè, la Terra, anziché il Sole, al centro del nostro sistema celeste, e quindi,
in tempi passati, dell’intero Universo.
Questo processo di
trasformazione implica anche un ri-orientamento delle coscienze, dei modi,
cioè, di pensare, e quindi delle giustificazioni che sostengono i modi di
agire, inclusi i rapporti sociali tra i singoli, i ceti, e le classi.
Il
“controllo” della creatività diventa quindi controllo ideologico delle
coscienze, a protezione dei rapporti sociali dati. Permettere la piena
espressione della creatività diventa quindi anche, e soprattutto, un problema
di natura politica. Vicende lontane, il processo a Galileo Galilei, e vicine,
il caso Lysenko nella Russia di Stalin, illustrano chiaramente questo
particolare aspetto della creatività. Né si pensi che sia la sola creatività
scientifica a rendersi sospetta, perché attraverso l’arte sono spesso state
espresse esigenze di libertà e trasformazione, come testimoniano le
persecuzioni subite da artisti e letterati sotto i regimi totalitari del
Ventesimo secolo.
Lo studio della
creatività, dunque, è compito difficile e complesso, le cui implicazioni vanno
bene al di là della individuazione dei fattori che ne possono favorire
l’espressione, ma coinvolge aspetti sociali, culturali e politici la cui
rilevanza non può essere trascurata né, d’altra parte, sopravvalutata, richiedendo
una appropriata e “creativa” determinazione nel proprio e più opportuno
contesto.